Non sappiamo più come gestire suo figlio!

Nostro figlio fin da piccolo è stato “molto vivace”, sempre in movimento, anche quando guardava la TV.
A due anni si poteva fare una conversazione con lui e a tre anni, all’uscita dal nido, conosceva tutte le lettere dell’alfabeto.  Un giorno mentre mangiava seduto nel seggiolone, guardò la saliera e disse “S A L E”.  Ho pensato che fosse tutto merito del piccolo PC che aveva!

All’inizio della scuola materna chiese come poteva scrivere i nomi dei suoi compagni di classe.  Mentre dettavo le lettere, lui scriveva.  Mi capitava spesso di sentire che leggeva le lettere dei libri e volantini che trovava.  A cinque anni ha iniziato a leggere i libri.  La mamma di un compagno della scuola materna mi riferì che aveva visto mio figlio leggere un libro ai suoi compagni di classe.  Ma le maestre non mi avevano fatto nessun particolare commento e durante la scuola dell’infanzia non si è presentata nessuna difficoltà.  Socializzava con tutti e aveva gli stessi interessi dei suoi compagni.

In prima elementare iniziarono i problemi: difficile gestirlo in classe, perché era sempre in movimento e disturbava in continuazione. Seguivano note di ogni tipo e punizioni, lui diceva sempre che si annoiava.

Le maestre mi comunicavano che non stava mai fermo e che non riusciva a lavorare seduto, al limite della “patologia”.  Ne parlai con il pediatra, che mi chiese se il bambino era indietro con il programma e se questa sua “vivacità” lo ostacolava nell’apprendimento. Quando le spiegai che era avanti rispetto ai suoi compagni e che forse tutto questo era dovuto dal fatto che sapeva già leggere e scrivere, mi consigliò di lasciare il bambino “tranquillo” e di non farlo entrare in una struttura dove lo avrebbero “traumatizzato” facendo test di ogni tipo.

Non vedevo l’ora che i suoi compagni arrivassero al suo livello!  In seconda elementare le insegnanti avevano difficoltà a gestire la classe e lui era sempre tra quelli che disturbavano di più.  La soluzione che avevano trovato, per tenerlo impegnato quando finiva il lavoro assegnato in classe, era di fargli leggere un libro in classe.

Ho pensato molte volte di cambiare scuola.  Perché secondo me era stato “sfortunato” capitando in una classe difficile da gestire, con 25 alunni e molti con problematiche che impegnavano parecchio le maestre.  Lui non era seguito perché riusciva a fare tutto da solo, ma lo faceva a modo suo, senza rispettare nessuna regola.  I quaderni non erano per niente curati e nessuno li controllava, quando intervenivo, mi diceva: “se la maestra non dice niente, vuol dire che va bene così”.

Ascoltando le altre mamme, mi rendevo conto che nostro figlio era più avanti rispetto ai suoi coetanei, ma non dicevo niente per non “vantarmi”.  Lo consideravo solo un po’ più “sveglio”, anche perché non ha mai manifestato nessuna dote particolare.

Alla fine della seconda elementare, mi chiese se riuscivo a fare un gioco che aveva inventato: “devi calcolare le lettere contenute in una frase che senti o che leggi”.  Come finivo di dire la frase, lui mi dava subito il risultato.  Mi sono spaventata.  Perché fin da piccolo, quando eravamo in macchina e parlavo, lo vedevo dallo specchietto che muoveva le labbra, come se ripetesse quello che dicevo.  Vista la velocità con la quale mi dava i risultati del calcolo, gli ho chiesto da quanto tempo facesse questo gioco.  Mi ha risposto “da quando ho iniziato a leggere”.

Fino a quel momento non ho mai pensato che nostro figlio fosse plusdotato, perché non ha mai manifestato doti particolari e quello che riusciva a fare lo teneva per se, ma a quel punto era evidente che avesse un “qualcosa in più”.  Non avendo mai approfondito l’argomento della plusdotazione, per me non era necessario avere la conferma che nostro figlio fosse plusdotato. Pensavo: ”non ha altro che una marcia in più!”.

Il terzo anno il comportamento in classe era migliorato: un giorno la maestra di matematica mi disse “suo figlio sarà sempre più avanti rispetto ai suoi compagni, quando ho spiegato un argomento lui sta già facendo domande su quello successivo e i suoi compagni non sanno neanche dove sono seduti”.

A metà anno, con un pianto disperato, mio figlio mi disse che voleva fare altro in matematica e che non ne poteva più di fare sempre le stesse cose.

Dopo la terza elementare decisi di cambiare scuola dal tempo pieno al tempo normale, perché non impartivano compiti durante la settimana e lui non aveva per niente il senso del dovere.  Ma speravo soprattutto che capitasse in una classe di livello “superiore”; abbiamo deciso di metterlo vicino al nostro posto di lavoro; per la quarta e la quinta non ci sono stati problemi, in quanto erano 12 bambini ed è stato seguito con maggiore attenzione.

A 10 anni verso la fine della quinta elementare, dopo aver visto un servizio in televisione sui bambini plusdotati, mi chiese: “cosa sono i test per la valutazione del QI?  Posso farli pure io?”.  Ho chiesto consiglio ad una psicologa per sapere come gestire la richiesta e abbiamo deciso di fare la valutazione.  La plusdotazione è stata confermata.

L’esperienza “indimenticabile” è arrivata in prima media!  😤

Una volta confermata la plusdotazione ho capito tante cose e tanti errori fatti in passato.

Prima di decidere in quale scuola media iscriverlo, parlai con l’operatore psicopedagogico della scuola dove si trovava negli ultimi due anni.  Volevo sapere se esisteva qualche scuola preparata per gestire questi bambini, la risposta fu che purtroppo le scuole non sono preparate, ma se avessi deciso di lasciarlo da loro lo avrebbe seguito lui personalmente.  Avvisandomi già che sarebbe stato difficile cambiare il metodo di insegnamento e soprattutto far capire ai professori che il bambino plusdotato non è per forza il primo della classe, che non ha bisogno di aiuto. Abbiamo quindi deciso di lasciarlo nello stesso circolo, anche se sarebbe stato più comodo metterlo nel nostro comune.

Ci era stato consigliato di informare la scuola e consegnare la relazione clinica.  Ma non avendo avuto particolari problemi negli ultimi due anni, dove si era trovato bene con la classe e insegnanti, abbiamo deciso di aspettare per vedere come si sarebbe trovato nella nuova esperienza delle medie.

Dal primo giorno avevo già notato che non era per niente motivato e non voleva fare niente a casa. I quaderni erano in pessime condizioni, disordinati e pasticciati.  Ho portato la relazione clinica, ma l’unica differenza è stata che mio figlio faceva le mappe concettuali alla lavagna, durante la lezione, per poi doverle rifare a casa nel quaderno,  ma ovviamente non voleva rifarle perché le aveva già fatte a scuola!  Dove bisognava studiare i voti erano insufficienti o al limite della sufficienza.

Mio figlio ha sempre voluto lavorare da solo, non voleva nessun “consiglio” per organizzare ed eseguire i compiti.  Però a quel punto ho dovuto affiancarlo per forza.  In quel momento mi sono resa conto che lui non era più in grado di fare calcoli mentali semplici e non riusciva a stare seduto più di 15 minuti.

Ha sempre detto: “non è bello essere il primo della classe, perché tutti ti prendono in giro”.  In questa classe si era affiancato ai compagni più trasgressivi e faceva di tutto per essere apprezzato da loro.  I compiti non erano mai segnati nel diario e sosteneva che accadesse perché era distratto; diceva: “mi annoio, non sanno insegnare”. Evadeva mentalmente guardando la finestra, oppure fisicamente andando in bagno.

Il professore di matematica mi disse: “ho il dubbio che quando lo mando alla lavagna, faccia finta di non riuscire a fare l’esercizio”.  Mi sono resa conto che durante questi mesi era solo peggiorato e non era “cresciuto”.

L’operatore psicopedagogico mi consigliò di partecipare, con la psicologa, al consiglio di classe in modo da far capire ai professori quale era il profilo di mio figlio e dare dei suggerimenti per motivarlo.  Ma la conclusione è stata: “non si capisce dove sia questa plusdotazione, ha solo voglia di divertirsi!”, “bisogna lasciarlo tranquillo.  Ha solo ansia da prestazione.  Perché quando le faccio una domanda, risponde aglio per cipolla!”. Nessuno si era reso conto che lui non era “presente” durante le lezioni!

A quel punto ho capito che dalla scuola non dovevo aspettarmi niente e che conveniva portarlo più vicino a casa.

Adesso ha 12 anni ed è in seconda media.  La scuola dove si trova attualmente è molto più rigida ed esigente, questo lo ha motivato inizialmente.  Ma l’euforia della novità è svanita!

Alle medie bisogna lavorare di più, ma lui non è abituato perché non ne ha mai avuto bisogno.  I professori lamentano che è sempre distratto, disturba in continuazione, i quaderni sono pasticciati e non vuole studiare.

Ovviamente abbiamo presentato la documentazione anche in questa scuola, ma non sembra essersi mosso niente.  Purtroppo ancora ci si sente dire: “Non sappiamo più come gestire suo figlio”; “con il potenziale che ha, dovrebbe impegnarsi di più!” oppure “non si capisce come mai, con questo potenziale, si accontenti di voti al limite della sufficienza”; “a suo figlio non sono state insegnate le regole!”.

Mi son resa conto che nessuno si è informato sull’argomento!

Allora ho insistito e consegno a tutti i suoi professori e alla Preside un po’ di documentazione sull’APC: non so come andrà a finire, ormai siamo a maggio e si rimanda purtroppo all’anno prossimo!

Purtroppo le scuole non sono preparate.  Ancora pensano che il bambino plusdotato sia un “genio” che riesca da solo a sfruttare il suo potenziale a scuola.  Non capiscono o forse non vogliono capire, che il suo cervello non funziona come quello dei normodotati e che ha bisogno di essere aiutato per inserirsi bene nel sistema scolastico.

E’ importante che in Italia si faccia qualcosa per aiutare questi bambini.  I genitori senza la collaborazione della scuola non possono aiutare i propri figli. La scuola dovrebbe essere in grado di individuarli e gestirli nel modo giusto.  Perché le difficoltà si presentano soprattutto a scuola.

Non sempre il bambino plusdotato manifesta doti particolari.  Come nel caso di mio figlio, potrebbe essere un bambino che si mimetizza, con gli stessi interessi dei suoi coetanei.  Non ha presentato grossi problemi prima delle medie.  Non avendolo riconosciuto prima, non è stato gestito nel modo migliore. Posso tranquillizzarmi sul fatto che comunque la scuola non avrebbe fatto niente.  Attualmente con le relazioni cliniche non stanno facendo niente, figuriamoci 6 anni fa!

Nel mentre il tempo passa ed è difficile correggere le abitudini della nostra piccola zebra indomabile che continua a mimetizzarsi. Si scoraggia subito quando deve affrontare le difficoltà a scuola e purtroppo questo succede anche per le cose della vita…

Ma noi no!

Se non si riuscirà ad avere collaborazione da parte della scuola, si farà di tutto per aiutarlo fuori!