Essere madre di un bambino plusdotato è come essere in possesso di una rara e preziosissima spilla: con una facciata ricca di pietre luccicanti e affascinanti e con l’altra dotata di un aguzzo ago che quando punge ti fa scordare la bellezza del lato principale.
Avere un figlio plusdotato significa dover negoziare le più semplici azioni e decisioni della giornata, essere alla continua ricerca di risposte in grado di soddisfare l’innata curiosità.
Dover fare i conti con un’intensa sensibilità e un grande senso di giustizia, talvolta furbamente utilizzato a proprio vantaggio.
Vivere con un precario equilibrio emozionale e alla ricerca della perfezione che, se non raggiunta, lascia spazio allo sconforto e all’abbandono delle attività a cui ci si stava approcciando, che siano giochi di competizione, compiti di scuola o attività sportive.
All’inseguimento della novità e dell’originalità, essenziali a dissuadere la noia che sovente prende il sopravvento.
Far parte del mondo della plusdotazione significa soprattutto dover fare i conti con l’ignoranza della società e l’inadeguatezza delle istituzioni, specie del sistema scolastico.
Società, la nostra, fondata sul concetto di “integrazione”, tanto sbandierato finché non si parla di plusdotazione!
Preziosa “integrazione”, teoricamente tesa all’inclusione del “diverso”: nazionalità, religione, colore della pelle, cultura e, quindi, anche della diversità derivante dalle caratteristiche personali e soggettive tipiche della plusdotazione.
Ma essere plusdotati significa non rientrare nei bassi standard sociali e culturali e, pertanto, essere considerati degli elementi di disturbo proprio da chi dovrebbe lavorare a favore dell’inclusione.
Questi sono solo alcuni degli aspetti pungenti e dolorosi della mia rarissima “spilla”, sui quali, fortunatamente prevale la brillantezza e la preziosità del lato più importante, dominato dall’affettuosità, dal dinamismo, dalla precocità, dall’originalità, dalla curiosità, dalla creatività, e dalla forte determinazione che consente di superare i numerosi ostacoli che quotidianamente tentano di oscurarne il suo potenziale.
La nostra storia ha avuto inizio nel 2009, quando io e mio marito abbiamo scoperto che da lì a poco saremo diventati genitori.
Dopo una gravidanza a riposo, il nostro bambino ha deciso di venire al mondo prima del termine previsto: sano, robusto, e con una spiccata determinazione e indipendenza che già manifestava, ad esempio, nel richiedere il pasto con una cadenza temporale precisa e nel volersi addormentare nel suo lettino senza essere cullato.
A soli quattro mesi ha messo su i primi dentini, e al quinto mese ha fatto ingresso all’asilo nido senza alcun turbamento per il nuovo contesto.
Crescendo è diventato sempre più curioso, esploratore, affascinato dall’ascolto delle favole e della musica, anche se con difficoltà a dedicarsi allo stesso gioco per più di qualche minuto, a meno che non si trattasse di sfogliare libri colorati o praticare attività manuali come impastare ciambelline insieme a mamma e papà o giocare con le costruzioni.
Con un’innata abitudinarietà si è sempre mostrato sofferente ai cambiamenti introdotti nella sua routine quotidiana, specie se non preventivamente concordati; ad esempio gli orari dei pasti e dell’andare a dormire sono tuttora dei veri e propri capi saldi.
Sensibile fin da neonato ai cambiamenti d’umore di chi gli sta vicino, alle mutazioni del tempo (sole, pioggia, vento…), agli ambienti rumorosi, ai toni alterati e ai rimproveri immotivati.
Sensibilità mostrata anche davanti allo stupore delle insegnanti del nido, quando abbandonava i propri giochi per assistere i bambini più piccoli in pianto che prontamente cullava e rasserenava.
Tuttora con la lacrima facile davanti ad un’affermazione indelicata, ad un animale sofferente o ad un cartone animato che trasmette qualche scena spiacevole o poco empatica.
Sensibilità, questa, ben nota a me che, sebbene mamma e adulta, fatico ancora a gestire. E’ proprio da qui che scaturisce la mia tendenza a giustificare le sue reazioni spropositate e la difficoltà ad insegnargli a non farsi scalfire dalle parole altrui dette con leggerezza o dai comportamenti poco rispettosi, i quali arrivano come spade dritte al cuore, provocando ferite che ci fanno reagire impulsivamente in senso di difesa.
Ferite che poi rimangono nel tempo sotto forma di cicatrici che continuano a dolere, facendo venir meno la fiducia verso il prossimo.
E’ proprio l’intensa sensibilità che origina l’impulsività, erroneamente considerata “incapacità a gestire l’emozione della rabbia” da chi non si sofferma a riflettere.
Criticità emersa anche alla scuola dell’infanzia insieme alle prime ostilità mostrate verso lo svolgimento delle attività programmate per i bambini della sua stessa fascia di età, prediligendo, invece, quelle dedicate ai compagni di 5 anni che si preparavano per l’ingresso alla scuola elementare.
E’ così che si è approcciato al mondo della scrittura, lettura e del calcolo, sviluppando una spiccata dote di negoziazione ed una parlata ricca di vocaboli e più complessa rispetto a quella dei suoi coetanei.
Sempre più selettivo, tendente a svolgere consegne di proprio gradimento che, in caso contrario, vengono tuttora autonomamente modificate a proprio piacimento.
Nel tentativo di insegnargli ad eseguire i compiti che gli vengono richiesti dagli adulti di proprio riferimento, che altrimenti si sentono mancati di rispetto, io e mio marito abbiamo sempre cercato di coinvolgerlo nei lavori di casa, spesso eseguiti con entusiasmo e spirito collaborativo e, talvolta, accompagnati da capricci e proteste.
E’ così che abbiamo potuto comprendere che l’origine della sua ostilità ad eseguire determinate richieste è fortemente influenzata dalle modalità di approccio: alla richiesta empatica, gentile o anche autoritaria ma motivata segue sempre l’esecuzione della stessa, rifiutata invece se formulata con rigidità, toni alterati o scortesia.
A circa quattro anni ha precocemente iniziato a perdere i primi dentini da latte e a capire che dentro i libri si trovavano le risposte alle proprie domande: “mamma mi dai il libro dove c’è scritto come si fa a diventare astronauta?”.
Ha sviluppato una forte passione per il corpo umano che, grazie alla serie di cartoni animati e all’enciclopedia “Siamo fatti così”, ha scoperto e sviscerato nel dettaglio; interesse durato fino ai sei anni, quando, purtroppo per noi, è iniziato l’incubo scuola!
Con tanto dispiacere e stupore da parte nostra, l’inserimento alla scuola primaria è stato difficile, sebbene sapesse già leggere e scrivere e non avesse mai avuto difficoltà ad inserirsi in nuovi contesti sociali.
In corrispondenza di questo importante cambiamento si è pure rifiutato di continuare a praticare il nuoto, attività iniziata con l’acquaticità dal 40° giorno di vita e continuata con entusiasmo alla scuola nuoto dal 3° anno di vita in poi: “Mamma basta, regole a scuola, regola a casa e regole a nuoto! Non ci voglio più andare a nuoto visto che a scuola ci devo andare per forza”.
Le tre settimane iniziali della prima elementare sono trascorse all’insegna del rifiuto alla partecipazione verso qualsiasi attività svolta in classe: buon rapporto con i compagni, comportamento educato ma con quaderni rigorosamente chiusi e sguardo rivolto prevalentemente fuori dalla finestra.
Continuava a chiederci di riportarlo alla materna: “riportatemi da Maestra Daniela, questa scuola è brutta, grigia, noiosa e senza giochi!”.
Nel tentativo di fargli cambiare opinione, lo abbiamo portato alla scoperta dei posti belli che avremmo potuto frequentare ogni qualvolta ne avessimo avuto voglia all’uscita di scuola: parchi, piazze, il mare e locali dove poter consumare deliziose merende.
La contestualizzazione dell’edificio scolastico all’interno della città gli è servita a sbloccarsi, tanto da iniziare a partecipare attivamente alle lezioni seppure con qualche manifestazione di selettività e oppositività.
Grazie a questo cambiamento le insegnanti hanno potuto apprezzare la sua capacità ad affrontare letture complesse ed effettuare calcoli a mente, tanto da arrivare a definirlo come “un piccolo genietto dal carattere ostinato”.
Tra alti e bassi, l’anno della prima elementare è trascorso ottenendo dei brillanti risultati dal punto di vista didattico, con qualche riserva sotto il profilo comportamentale che, in accordo con le insegnanti, ci siamo riservati di sciogliere in seconda elementare casomai se ne fosse presentata la necessità.
In sostanza, speravamo che i lati “pungenti” del carattere della nostra preziosa spilla potessero addolcirsi con la crescita.
Intanto, al di fuori dell’ambiente scolastico il bambino si mostrava sereno, amorevole, e sempre più rassomigliante a noi genitori per le passioni e i lati forti e determinati del proprio carattere.
Amante della lettura, dell’esplorazione, dei giochi di società, delle parole crociate, del contatto con gli animali e la natura (terra, acqua, sabbia, pioggia, vento…), abile a farsi nuove amicizie, ad inserirsi in nuovi contesti sociali come campus estivi, laboratori didattici e campeggi.
I rimproveri e le punizioni che arrivavano a seguito di ordinarie monellerie o capricci venivano accettati con manifesto disappunto : pianti, pestate di piedi e pugni a terra che, talvolta, provocavano l’ulteriore inasprimento della punizione iniziale.
Con l’ingresso alla seconda elementare l’incubo impulsività, falsamente travestita da “rabbia”, è diventato più grande e doloroso: eccellente dal punto di vista didattico ma con grandi lacune da colmare sotto il profilo della condotta.
L’oppositività veniva ulteriormente inasprita dai conflitti con alcuni compagni che, resisi conto della facilità con cui perdeva la pazienza, si divertivano a farlo spazientire. A tal riguardo, le insegnanti, anziché contrastare il nascente fenomeno di bullismo, hanno punito le reazioni di difesa del bambino e invitato noi genitori ad assumere provvedimenti per insegnargli a non ribellarsi alle provocazioni altrui e a reprimere la rabbia.
Ogni confronto col corpo docente era diventato occasione di sconforto per i gratuiti giudizi che venivano espressi nei confronti del nostro ruolo genitoriale, ritenuto inefficace ad insegnare il rispetto delle regole e dei ruoli.
Col passare dei giorni ci sentivamo sempre più soli, inadeguati, impotenti e incapaci di aiutare nostro figlio, il quale viveva il più grande disagio: pianti all’arrivo a scuola, note quotidiane, sonno irrequieto, punizioni all’ordine del giorno.
Il pagellino del primo quadrimestre, insieme ad una sfilza di voti eccellenti, riportava una descrizione non corrispondente a quella di nostro figlio ma più simile a quella di un bambino di strada senza una famiglia alle spalle. Alla richiesta di chiarimenti in merito, ci venne detto che i voti alti della sezione didattica erano il frutto della capacità del bambino di svolgere verifiche e prove invalsi senza errori, nonostante la costante distrazione in classe, il rifiuto ad eseguire le consegne date e la mancanza di rispetto verso il ruolo delle insegnanti.
Demoralizzati e disarmati, dopo aver provato qualsiasi strategia correttiva, abbiamo deciso di rivolgerci ad una psicologa dell’età evolutiva che, dopo svariati incontri e test psicodiagnostici sottoposti al bambino, ci ha restituito la valutazione di plusdotazione: altamente plusdotato, rientrante nella fascia di secondo livello con un quoziente intellettivo pari a 133. Appreso che non si trattava di una patologia, ci siamo sentiti sollevati e anche un po’ inorgogliti nell’apprendere di avere un figlio dotato di un quoziente intellettivo talmente alto che lo accomuna al solo 5% della popolazione mondiale.
Accertato, pertanto, che i comportamenti disturbanti erano il prezzo da pagare per l’essere plusdotato, ci siamo erroneamente convinti di aver trovato la chiave giusta per risolvere i problemi della scuola. Abbiamo subito messo al corrente le insegnanti di questa valutazione ed organizzato un incontro congiunto con la specialista affinché potesse essere approfondito il tema della “sconosciuta” plusdotazione.
Tutto questo non fu sufficiente a ricostruire il rapporto di reciproca fiducia scuola/famiglia.
Fin da subito è stata messa in discussione la valutazione di plusdotazione sia perché effettuata da una specialista privata sia perché non accompagnata da un certificato ASL, ritenuto l’unico valido strumento per l’attivazione di un PDP o per l’adozione di approcci correttivi differenti da quelli fallimentari messi in atto fino ad allora.
Sempre più ostili, poco disposte ad approfondire il tema della plusdotazione, indisponibili a frequentare qualsiasi corso di formazione, hanno continuato a spegnere la lucentezza della nostra preziosa spilla, addossandoci le colpe per le mancanze del bambino, oramai ritenuto “sbagliato e inadeguato” anche solo per le preferenze espresse nei giochi da svolgere in compagnia delle femminucce.
Bimbo che, invece, in ambito familiare si presentava maturo per la sua età e gestibile nonostante il carattere forte e le tipicità di qualsiasi altro bambino della sua stessa età (capricci e monellerie comprese), ma provato dalla pesante situazione vissuta a scuola: “mamma mi vuoi ancora bene anche se a scuola reagisco quando mi fanno innervosire?”
Nella speranza che qualcosa cambiasse, abbiamo proseguito fino alla fine dell’anno a suon di note e affermazione inadeguate: “anche oggi si è rifiutato di svolgere le attività in classe”, “compito non terminato”, “secondo noi il bambino si annoia perché legge troppo a casa, dovreste stimolarlo meno“, “ma voi a casa ne avete regole?”, “il bambino richiede molte attenzioni, è troppo coccolone”.
Durante le vacanze estive la nostra “preziosa spilla” ha potuto riprendere a brillare, frequentando serenamente un campus organizzato in una fattoria didattica, nella quale ha instaurato solidi rapporti di amicizia, rispettato le regole di convivenza, collaborazione e di rispetto sia degli altri partecipanti che degli animali di cui doveva prendersi cura.
Questa esperienza, insieme alle giornate trascorse con la famiglia ed amici in campeggio, sono stati rigeneranti per nostro figlio che, nonostante i disagi subiti durante il precedente anno scolastico, si è mostrato ostile all’idea di cambiare scuola per la paura di perdere i suoi compagni di classe.
Così, seppure non concordi, gli abbiamo consentito di riprendere a frequentare la stessa scuola: anno nuovo, stessi problemi, con insegnanti sempre meno propense a comprendere i manifesti disagi del bambino, ritenuto addirittura dominato da manie di persecuzione. Questo fallimento è andato avanti fino alle vacanze di Natale quando, stanchi di cotanta inadeguatezza e preoccupati per l’autostima e la salute di nostro figlio, abbiamo deciso di trasferirlo di scuola.
La notizia del trasferimento è stata da lui accolta con entusiasmo e grande senso di liberazione, a conferma del suo crescente malessere.
L’individuazione di un nuovo e valido istituto scolastico non è stata per nulla semplice. Abbiamo incontrato ben 7 presidi, alcuni dei quali rappresentanti scuole private che, secondo noi, ci avrebbero dovuto offrire maggiori garanzie.
Su 7 dirigenti solo 1 era a conoscenza della Plusdotazione e quell’unico ha fatto la differenza tanto da determinare la scelta della nuova scuola.
Negli altri 6 dirigenti purtroppo abbiamo riscontrato ignoranza e disinteresse all’argomento: “Plusdotazione? quindi suo figlio è un Asperger?“, “Come si fa a gestire un plusdotato senza una certificazione della ASL?”, “ma è sicura che la plusdotazione non sia una patologia?”.
Abbiamo scelto una scuola aderente al circuito del “senza zaino”, con un’organizzazione differente rispetto a quella della scuola tradizionale.
Un approccio rivelatosi stimolante e interessante per il nostro bambino, inseritosi serenamente nel nuovo contesto, accettando le nuove regole, socializzando con i nuovi compagni tanto da sembrare di aver sempre fatto parte di quella classe.
Insegnanti amorevoli e competenti, ambienti accoglienti, luminosi e colorati hanno fatto si che il mondo di nostro figlio non fosse più in bianco e nero, ma tornasse ad essere dominato dai colori. Contestualmente al cambio di scuola, infatti, ha ritrovato il piacere di utilizzare i pastelli colorati, di cantare e di praticare attività ricreative come il tiro con l’arco.
Lavora ed è parte attiva della lezione. Il clima disteso del contesto classe e la sensibilità, la competenza e l’empatia del corpo docente ha favorito la diminuzione delle “manifestazioni di rabbia” che, da gennaio ad oggi, sono state sempre più sporadiche.
Sebbene questo cambiamento positivo abbia consentito alla nostra “preziosa spilla” di riprendere a brillare, noi genitori continuiamo ad essere preoccupati per il suo futuro ed auspichiamo che, grazie alle battaglie di tutte le famiglie appartenenti a questo straordinario, quanto difficile, mondo dei plusdotati, le istituzioni si adoperino per l’accettazione di quel solo 5% della popolazione mondiale che non rientra nella tanto ricercata “standardizzazione sociale” e per la valorizzazione delle “nostre” eccellenze.
E.C.