Andrea de Carlo – Uto

Qualche risultato con Jeff-Giuseppe

Cammino a passi alti nella neve, fuori dallo stradino che Vittorio ha sgombrato con la pala come ogni giorno. Sollevo le ginocchia, appoggio i piedi con cautela nella consistenza bianca e farinosa, soffio fuori il fiato, guardo la nuvola di vapore condensato finché si è dissolta; rifletto. Quando dico “riflettere” non so bene cosa intendo, perché in realtà i miei pensieri sono fermi, appoggiati su se stessi come mobili in una stanza. La mia attenzione gli gira intorno e gli passa sopra, non li smuove né li illumina né li rende trasparenti. Non so neanche se siano pensieri veri e propri, o piuttosto semplici condense di sensazioni e dati di fatto, ognuno impregnato della propria immobilità. In momenti come questi mi viene da chiedermi se è la mia intelligenza a trascinarmi troppo in alto e troppo lontano, o se in realtà sono stupido. Mia madre mi considera un genio, ma il suo naturalmente è un punto di vista troppo parziale; i miei maestri di di piano al conservatorio dicevano che ho delle qualità molto al di fuori della norma, ma si riferivano a doti tecniche più che intellettive. Gli insegnanti di teoria musicale e quelli delle altre materie invece non avevano un’alta opinione di me,tendevano a considerarmi un animale da tastiera con molto istinto e quasi nessuna capacità di elaborazione. Non gli ci voleva molto a notare quanto mi era facile assimilare sequenze di note musicali da una partitura e rielaborarle come mi pareva, e quanta resistenza naturale avevo invece a seguire chiunque nei territori inconsistenti dell’astrazione. Io stesso non sapevo bene come vedermi; un momento mi sembrava di avere delle qualità fantastiche, e un momento dopo di non averne nessuna; di capire tutto quello che c’era da capire anche al di là della comprensione, e di non capire niente; di essere affacciato sull’orlo di una prospettiva luminosa, e di affondare nell’inutilità più immobile. A volte mi saliva dentro la sensazione vaga ma intensa di avere qualche genere di missione da compiere nel mondo; a volte mi sentivo inchiodato a terra dai miei limiti e difetti. Mi sentivo un santo; mi sentivo una carogna. Mi sentivo uno stupido, mi sentivo un genio. Spesso si pensa che uno stupido o una carogna non siano consapevoli di esserlo, ma è un luogo comune, ho conosciuto degli stupidi e delle carogna che si rendevano benissimo conto dei loro limiti , e ne erano compiaciuti e ne soffrivano. Credo che per i geni e per i santi sia più o meno la stessa cosa, solo che quelli che lo sono davvero tendono a fare finta di non saperlo, e molti che non lo sono fanno sapere senza il minimo pudore di pensare di esserlo.
Riguardo il mio aspetto, era una questione simile. Un giorno mi sembrava di camminare in un videoclip o in una pubblicità, con i lineamenti e l’andatura più suggestivi che si potessero trovare, un perfetto alone di luce tra i capelli; poi magari solo cinque minuti più tardi mi sentivo un ragazzetto patetico, con il naso aguzzo e i capelli troppo sbiancati e dritti, un’andatura a scatti che mi faceva sembrare una specie di burattino. Un momento mi pareva del tutto naturale che Marianne mi vedesse come una manifestazione divina, il momento dopo mi vergognavo di non essermene vergognano di più e prima, avrei voluto nascondermi sotto la neve.
Invece ci cammino sopra a passi alti e lenti, e mi chiedo chi sono e quali sono i miei limiti naturali, quali sono i miei limiti estensibili. Mi chiedo perché sono qui, alla fine, se è un passaggio inevitabile nella mia vita, o un fondo di bottiglia in cui sono finito per mia inerzia. Oscillo tra la ammirazione di me stesso e autodisgusto, non riesco a restare della stessa opinione per più di cinque passi, anche se sono passi alti e lenti da due secondi l’uno.

 

Andrea De Carlo, Uto, Bompiani, 1995, cap. 32, ISBN 978-88-06-18839-9